Como. Tra razionalismo e metafisica

Il Monumento ai Caduti, la ex Casa Del Fascio, la Fontana di Piazza Camerlata.

Figure che ogni comasco riconosce immediatamente, come qualcosa di familiare, qualcosa che in qualche modo gli appartiene. Tre esempi comaschi della cosiddetta “Arte Pubblica”, quello specifico tipo di arte che, commissionata direttamente da un’autorità pubblica, non se ne sta al chiuso dei musei, ma fa bella mostra di sé all’aperto, tra le intemperie.

Accessibile, sotto gli occhi di tutti, non di un pubblico elitario, come se avesse una missione da compiere.

Arte lasciata libera di essere usufruita dalla popolazione, come se con le sue forme avesse qualcosa da insegnare alla gente (un valore civico, una propaganda, un senso estetico, un sogno comune).

L’Arte Pubblica ha molto da dire sulla cultura e la storia di un popolo.

Eppure ammettiamolo, da semplici passanti, quante volte ci siamo soffermati ad ammirarli con attenzione? Immersi nel traffico e nei pensieri di tutti i giorni, quante volte siamo stati disposti a riconoscere a questi monumenti un valore artistico?

Ecco, questo può essere un primo motivo di interesse per questa mostra. Quello di riportare al centro dell’attenzione l’opera in sé, per il suo valore artistico. Al di là di tutta la vita che gli ronza attorno.

La Fontana di piazza Camerlata, senza la piazza di Camerlata, tanto per intenderci.

Il monumento nudo e crudo, decontestualizzato dai clacson, dagli autobus blu e arancioni che gli girano attorno. Senza i ragazzi che aspettano, sotto le pensiline, con l’abbonamento in mano e lo zaino sulle spalle.

Semplicemente la Fontana di piazza Camerlata, monumento risultato della collaborazione tra l’architetto Cesare Cattaneo e il pittore astrattista Mario Radice.

La Fontana fu commissionata a metà degli anni Trenta dal Comune di Como, per riqualificare uno dei luoghi d’ingresso alla città, piazzale Camerlata, già allora transitata da molti veicoli in quattro direzioni di marcia.

Un delicato equilibrio di cerchi e sfere che celebra uno dei più grandi orgogli del popolo comasco: la pila di Volta.

Che dire poi della ex Casa del Fascio, considerata un capolavoro del Razionalismo italiano.

Fu progettata da Giuseppe Terragni nel 1932 e costruita nel 1936. L’edificio è un grande parallelepipedo formato da superfici di geometria pura. Pareti lisce e pilastri che scandiscono un essenziale gioco di pieni e di vuoti. Equilibrio e ragione poste come bandiere di un regime.

Sita in Piazza del Popolo 4, è oggi l’attuale sede del Comando Provinciale della Guardia di Finanza.

Infine il Monumento ai Caduti, imponente torre di 33 metri, aperta da due grandi finestroni, che celebra 650 caduti comaschi nella Prima Guerra Mondiale.

Il Monumento è ispirato a uno schizzo a matite colorate e acquarello eseguito nel 1914 dall’architetto futurista comasco Antonio Sant’Elia, morto anch’egli in quella guerra.

Il compito di tramutare in monumento lo schizzo del Sant’Elia fu affidato al pittore futurista Enrico Prampolini e ai fratelli Attilio e Giuseppe Terragni.

Sulla facciata a lago è scolpita la seguente frase: “STANOTTE SI DORME A TRIESTE O IN PARADISO CON GLI EROI”. 10 Ottobre 1916 – Antonio Sant’Elia.

Ecco il risultato di questa decontestualizzazione:

Il Monumento ai caduti che viene riportato ad essere un sogno su carta.

La Fontana di Piazza Camerlata, senza piazza Camerlata.

La Casa del Fascio a prescindere dalla sua attuale funzione.

E poi ancora: la Villa Amila, sede dell’ Associazione Motonautica Italiana Lario (A.M.I.L.A.), opera dell’architetto tremezzino Pietro Lingeri che, pur nel pieno rispetto dei principi del Razionalismo, richiama con le sue linee la forma di una nave.

Troviamo poi rappresentata l’opera dell’architetto Enrico Mantero, con La Casa del Balilla Giuseppe Sinigaglia e Il Circolo Cannottieri Lario, con il suo splendido trampolino in cemento armato.

Completano questo viaggio nel Razionalismo Italiano a Como la Casa sul lago per un artista presentata alla V Triennale di Milano da Giuseppe Terragni con P. Lingeri, M. Cereghini, G. Giussani, G. Mantero, O. Ortelli, A. Dell’Acqua, C. Ponci.

Questi i soggetti scelti da Marco Brenna per questa sua nuova esplorazione artistica.

Naturalmente non si tratta di una semplice replica su carta di opere d’Arte Pubblica.

In qualche modo il Brenna le fa sue, le reinterpreta, dandogli un tono esistenziale, inquieto, metafisico.

E’ interessante osservare come tutto quello che dovrebbe essere simbolo di progresso, di geometria, di funzionalità, sembri nei disegni di Marco Brenna assumere toni e tinte di fragilità e insicurezza. Quasi come se quelle costruzioni andassero

disperdendosi nel bianco o nei colori pastello degli sfondi.

I monumenti appaiono svuotati, scheletri di se stessi, figure cariche di assenza. Le geometrie sembrano perdere la loro originale sicurezza, nelle sfumature e nei chiaroscuri della matita. Le gocce di acquerello color ruggine sembrano simboleggiare il costante e ineluttabile logorio del tempo.

Così, Marco Brenna, in questo gioco di specchi, di arte che replica altra arte, sembra quasi oscillare tra razionalismo e metafisica, tra sicurezze e insicurezze del vivere umano. Come se quel bianco, quei vuoti, quell’azzurrino tenue del cielo, per contrasto, andassero a rappresentare tutto quello che l’uomo non sarà mai in grado di comprendere appieno della vita. Che lo si voglia chiamare Dio, Esistenza o Natura.

Eppure, su questo sfondo di incertezze, c’è l’orgoglio dell’uomo che continua a vivere, a costruire, a progettare, a tracciare linee geometriche. Scopre l’elettricità, sale su aerei per volare, muore in guerra per la Patria, costruisce il futuro.

Edifici a forma di nave, e trampolini che sfidano il vuoto.

Quello che viene fuori da questa personale di Marco Brenna è un viaggio virtuale in una Como Razionale e Metafisica al tempo stesso. Un viaggio tra le sicurezze e le insicurezze dell’uomo. Uno splendido omaggio di un artista alla propria città.

Mirko Floria